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   DALLE MURGE AL MARE
                ADRIATICO

    

 

UN ITINERARIO PANORAMICO SULLA TERRA DEI MESSAPI

“Terra tra due mari”, è il significato di Messapia. Antichissima terra abitata da un popolo ancora in parte avvolto nel mistero. Terra di confine, terra di dove finisce la terra. Ma il concetto stesso di confine può essere ribaltato: ciò che separa può diventare ciò che apre a nuovi incontri, nuove scoperte, nuovi paesaggi e nuove visioni. Così questa terra di mezzo che oggi – attraverso il GAL Terra dei Messapi – unisce otto comuni della provincia di Brindisi si svela come un crogiuolo di epoche, e storie, e orizzonti che vanno dalle pendici delle Murge selvagge alle spiagge del Mar Adriatico, dai trulli alle pajare, dalle masserie fortificate ai vigneti che s’affacciano sul mare, e quasi affondano le radici nella sabbia anziché nella terra.

 

Guerrieri, monaci, nobili di potenti famiglie dell’aristocrazia ne hanno disegnato il volto, assieme a contadini antichi, e contadini nuovi che di questa terra continuano a prendersi cura. Custodi del paesaggio, guardiani dell’imprevedibile. Un volto sempre cangiante, in divenire, che segue il corso della storia e delle storie, quelle collettive e quelle individuali. Non esiste paesaggio senza uomo, d’altronde. Un intreccio di intrecci, la Terra dei Messapi. S’intrecciano popoli, civiltà, ma anche culture, epoche, storie, e paesaggi. C’è il paesaggio agrario, c’è quello delle città e dei paesi, e quello degli uomini: il paesaggio antropologico, che tutto racchiude insieme. Compreso il paesaggio sonoro, composto dalle musiche diverse delle inflessioni e dei diversi dialetti che si parlano in quasi ognuno dei singoli borghi. Nemmeno le orecchiette hanno lo stesso nome in ogni paese. A Latiano per esempio si chiamano stacchioddi e sono i protagonisti di una delle più autentiche e longeve sagre di Puglia. Un patrimonio di biodiversità linguistica (ed e(t)nogastronomica) che racconta le origini e le contaminazioni dei luoghi più di quanto possano fare i libri di storia o le antiche rovine. In più, un patrimonio assolutamente vivo. Del resto già dall’antichità questo pezzo di Salento fu terra estrema, tutta addossata verso nord, lungo il Limitone dei Greci, la leggendaria terra di mezzo nella terra di mezzo, il campo neutro che separava i territori bizantini da quelli dei Longobardi. E terra di mezzo continua ad essere. Ma se un tempo questo poteva essere un limite, oggi è una risorsa. Senza più guerre d’espansione, il confine diventa cerniera, che non separa ma unisce. Nel tempo della contaminazione, dell’ibridismo fertile, chi ha questa dote nei suoi geni è quello che riesce a esprimersi più compiutamente, che racconta di più e meglio.
E dunque se dall’Illiria, al di là dell’orizzonte azzurro che guarda ad est, arrivarono i Messapi, quel mare nostrum non ha separato ma ha unito e continua ad unire. Coltivavano l’ulivo e la vite, i Messapi, già novecento anni prima della nascita di Cristo e più di un secolo e mezzo prima della fondazione di quel villaggio di pastori che prenderà il nome di Roma e che diventerà il più grande impero mai esistito. E furono allevatori e domatori di cavalli. Qualcuno dice addirittura che dalla loro epoca provenga la ricetta dei pezzetti di cavallo al sugo, uno dei signature dish della cucina salentina. A sua volta frutto dell’incontro, millenni dopo, col pomodoro venuto dalle Americhe. Brindisi, porta d’Oriente, oggi è il capoluogo di provincia a cui la Terra dei Messapi appartiene e luogo in cui termina l’antica via Appia, la regina viarum. Qualcosa di simile a ciò che oggi chiameremmo la prima autostrada d’Europa. All’andata, da Roma a Brindisi, partivano per la Grecia e l’Oriente soldati e merci d’ogni tipo, olio e vino in primis. Il ritorno era soprattutto il viaggio dell’immateriale: dalla Grecia giungevano il teatro, la letteratura, la scultura e la filosofia, che poi si propagavano in tutta l’Italia del Sud, la Magna Grecia. E fra il concreto e l’immateriale è ancora oggi possibile ripercorrerla, quella strada. Passando per Francavilla Fontana, Latiano e Mesagne. È nella terra di mezzo fra queste due città insiste il Parco Archeologico di Muro Tenente, nei pressi del quale è recentemente stata portata alla luce una strada che porta all’ingresso del parco e che se trovasse conferma (gli studi sono in corso) sarebbe una scoperta eccezionale: un chilometro dell’Appia Antica, il tratto più lungo dell’Italia meridionale, quasi intatto. Quello che è interessante è che una strada romana, anzi la regina delle strade romane, conduce in questo caso non ad un sito archeologico della sua epoca, ma come una macchina del tempo porta indietro il viandante di qualcosa come diecimila anni, nel Neolitico, nell’era in cui questo luogo comincia a popolarsi di uomini e di storie. Ma è coi Messapi che raggiunge il suo splendore, e qui, in questo spazio grande 50 ettari, protetto dai resti dell’antica cinta muraria che ha affrontato anche le guerre Puniche, nonché dal gruppo di operatori culturali che lo anima e se ne prende cura, è davvero possibile vivere un’esperienza che racconta di come ci si possa riappropriare del proprio passato attraverso un luogo che ne racchiude l’essenza. Trasformando l’abbandono in risorsa e occasione per fare turismo lento e consapevole, per dimostrare come il prendersi cura sia meglio che lasciare al proprio destino qualcosa che ha molto a che fare con l’identità di un territorio vasto e che corrisponde a ciò che oggi è il Salento, da Manduria a Ugento. Di un popolo di cui ancora oggi i salentini conservano schegge di tradizione e cultura, che hanno viaggiato per i millenni e dall’età del ferro sono arrivate all’età dei social network, restando incredibilmente vive. Sotto questo punto di vista le modalità con cui Muro Tenente viene gestito fanno scuola: gli scavi archeologici convivono con l’orto, l’educazione en plein air per i piccoli va a braccetto con gli eventi culturali che ogni anno si tengono in estate sotto le stelle, i tecnici e gli studiosi abbracciano gli artisti, e spesso nella stessa persona convivono entrambe le anime, in un mix di competenza e passione che è probabilmente il segreto di una gestione efficace.
Da qui si può iniziare per conoscere l’antico e affascinante popolo messapico, da qui si possono continuare a seguire le tracce dell’Appia antica, raggiungendo il Santuario della Madonna di Cotrino e poi la chiesa di Santa Maria di Gallana e la chiesetta rurale di Santa Cecilia, nel territorio di Latiano, per arrivare a Francavilla Fontana, al suo barocco dei palazzi nobiliari e delle chiese, da cui ogni giovedì santo parte l’affascinante Processione dei Misteri, coi pappamusci, gli uomini incappucciati e scalzi che dalle prime ore del pomeriggio del giovedì santo e per tutta la notte, fino al tramonto del venerdì santo attraversano in penitenza la città, visitando tutte le chiese cittadine e pregando davanti ai sepolcri dove riposa il Cristo morto. Francavilla può schiudere le porte del barocco, insieme a Mesagne, come i resti delle terme romane di Valesio, a Torchiarolo, aprono alle strade del vino che scendono a sud, fino al confine con la provincia di Lecce, e ad ovest, verso le terre delPrimitivo di Manduria. Ma Francavilla è anche città d’arte. Lo stupore può cominciare da piazza Umberto I, con la sua Torre dell’Orologio, la fontana, i portici e i caffè, con le statue dei santi Irene e Carlo Borromeo, della Vergine Immacolata e della Madonna della Fontana a vegliare sul popolo degli spritz. E poi il seicentesco Palazzo del Sedile, voluto dagli Imperiali, e il Castello, antica residenza dei principi che governarono la città e il suo feudo per due secoli e dai quali prende il nome, e che oggi in parte ospita il Museo Archeologico della città.
Alla loro corte crebbe e si formò l’oritano Vincenzo Corrado, gastronomo ante litteram a servizio del re di Napoli e autore di manuali di alta cucina divenuti cult come “Il cuoco galante”, edito per la prima volta nel 1773 e tutt’ora in ristampa. Qui, all’info point, ci si può far indicare come raggiungere le specchie Giovannella e Miano, godendo lentamente del paesaggio agricolo che si trasforma introducendo il viandante alla Valle d’Itria, coi tipici trulli. Perché da sempre l’impresa titanica del popolo di Puglia è stata questa: spietrare il terreno per renderlo fertile e coltivabile, e di quelle pietre farne prima torri di avvistamento e poi sarcofagi, come fecero i Messapi, e poi muretti a secco e case, come fecero i contadini di qualche secolo addietro. “Mi chiederai”, scrisse Tommaso Fiore a Piero Gobetti,“ come ha fatto questa gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la Murgia più aspra e più sassosa; per ridurla a coltivazione facendo le terrazze (…) non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche”. Perché, è la contadinità il filo che tutto intreccia, in queste terre che potrebbero chiamarsi non Alto ma Altro Salento, perché fuori dai circuiti presi d’assalto in estate dal turismo di massa, che per questo sono riuscite a mantenere il loro originario spirito slow dell’accoglienza dello straniero visto come ospite, accolto come a casa. D’altronde siamo in Magna Grecia, e per gli antichi greci l’ospite andava trattato con il massimo rispetto perché poteva essere un dio sotto mentite spoglie. La città di Mesagne è probabilmente quella che ha saputo porsi meglio da questo punto di vista: in due decenni ha svelato il suo centro storico medioevale, lo ha aperto prima alla cultura e poi all’accoglienza dei visitatori, che ora possono contare su una meta di prim’ordine per l’offerta enogastronomica. Lo street food e le pizzerie gourmet, i ristoranti tipici e quelli contemporanei, i sushi bar e gli alimentari dal fascino vintage.
Tutti ospitati nel suo centro storico a forma di cuore, intorno al Castello Orsini del Balzo e al barocco delle chiese, in un contagioso fermento che è appena sfociato nella candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2024. Il vino nei calici è soprattutto Negromaro, che viene dalla città stessa e dai comuni qualche chilometro più a sud-ovest, dove comincia l’area del Salice Salentino DOC, la più prestigiosa denominazione di vini del Salento. Nella vicina San Donaci, un paese di appena seimila anime, si contano otto cantine vinicole, alcune dalla grande storia, così come la viticoltura è rilevante per San Pietro Vernotico, che racconta il suo passato tramite i suoi stabilimenti vinicoli, esempio di archeologia industriale, Cellino San Marco con un’importante esempio di cooperazione che funziona, San Pancrazio Salentino, che a testimoniare la sua vocazione vitinicola ospita il vigneto cru da cui si realizza il Graticciaia, uno dei più grandi vini di Puglia, e Torchiarolo, dove la famiglia del Duca Carlo Guarini si prende cura delle vigne che dal paese raggiungono la marina di Torre San Gennaro da più di mille anni.

E come le vigne che seguono le brezze marine dell’Adriatico il viaggiatore può arrivare al mare, raggiungendo il borgo marinaro di Torre San Gennaro, col suo caratteristico porticciolo, dove ogni mattina i pescatori fanno ritorno con le loro barche cariche di pescato fresco per poi rigenerarsi con un caffè o qualcosa di fresco nello storico bar della piazzetta che ogni notte, da secoli, li vede prendere il largo, e dove può capitare di vedere Al Bano spuntare in sordina per comprare del pesce fresco per sé e per i suoi ospiti. Perché da queste parti, da sempre, il vero lusso è nelle cose autentiche, nella possibilità di scambiarsi doni e sorrisi, all’insegna della semplicità e delle tradizioni millenarie che possono anche mutare, ma non scompariranno mai finché ci saranno donne e uomini che, più o meno consapevolmente, fanno in modo che non siano folklore da macchiette, ma storie che guardano al domani e al mondo che verrà.

 

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